Non buttiamo i nostri morti al vento

Di Donna ha celebrato la Messa del 2 novembre al cimitero esortando a «sostare, ricordare, ringraziare e piangere»

Nel giorno dei defunti, il vescovo Antonio Di Donna ha invitato tutti al giusto rapporto con i morti, per recuperare «uno stile di vita degno dell’uomo». Nella tradizionale Messa al cimitero di Acerra, il presule ha ricordato che «fin dall’età primitiva l’uomo ha cercato una forma di comunicazione, attraverso il corpo, con quelli che non ci sono più».
Ma solo «la fede cristiana osa proclamare la verità sulla vita e la morte», essendo l’«unica capace di illuminare le nostre domande e il rapporto con i defunti nella comunione dei santi». La resurrezione di Gesù Cristo è la risposta all’enigma e alle tenebre della morte, per questo la liturgia cristiana prevede nel giorno dei funerali la benedizione della salma con l’acqua del Battesimo e l’incenso, «perché quel corpo è stato tempio e casa dello Spirito Santo e vedrà la resurrezione della carne», ha detto Di Donna.
 
Ecco allora il senso della nostra visita al cimitero, dal greco «luogo dove stanno quelli che dormono». Innanzitutto, «stabilire un contatto sostando sulla tomba pulita e abbellita con la foto dei momenti felici di un caro defunto» significa «ricordare nel luogo della memoria contro la cultura dominante, che tende da anni di rimuovere la morte dalla nostra vita», perché il pensiero della morte «inceppa il nostro affaccendarci frenetico e la nostra superficialità». Con il risultato che i bambini di oggi, a differenza di quelli di ieri, sanno tutto sul sesso ma della «morte naturale» nessuno gliene parla se non in maniera virtuale, violenta e tragica i video giochi o i telegiornali.
 
E «Dio non voglia – ha esortato Di Donna – che anche da noi prenda piede non tanto la cremazione, che la Chiesa permette ma non promuove, quanto la dispersione delle ceneri o la loro conservazione in casa», perché «con la dispersione delle ceneri il defunto va al vento e la comunione con i nostri cari rischia di diventare evanescente».
 
E’ bene, dunque andare al cimitero, soprattutto nel giorno dei morti, perché lì ci sono «le nostre radici, quelli che ci hanno generato e accompagnato nel faticoso mestiere di vivere». E la «riconoscenza» deve essere un altro importante motivo della visita. «Nelle nostre vene scorre il sangue di coloro che ci hanno preceduti e ai quali noi siamo grati per le tracce di vita che hanno lasciato in noi», ha ricordato il vescovo.  
 
Ma sostare sulle tombe dei nostri cari significa anche raccoglierci in silenzio e ritrovare il coraggio di piangere in un mondo dove esprimere un’emozione sembra sia diventato qualcosa di negativo. Noi invece «vogliamo piangere», perché «quando uno non lo fa probabilmente non ha più lacrime o addirittura è diventato cinico e beffardo», ha ammonito Di Donna ricordando l’esclamazione eduardiana di Filumena Marturano: «Chiagn pecché è bell a chiagnere».
 
Andare al cimitero deve anche richiamare in noi le eterne domande dell’uomo sul suo destino, il senso della vita e della morte, «domande scomode» per chi vuole farci arrendere all’idea che il cimitero sia semplicemente uno «scasso umano, luogo di rottamazione dei morti». E invece, la fede nella «vita eterna» illumina anche il nostro rapporto con i morti, perché «nella comunione con Cristo risorto noi ritroviamo i nostri cari». E’ nostro dovere allora pregare per loro, i quali pregano per noi.
 
«Torniamo alle nostre case sereni, non angosciati e oppressi dalla paura, ma anche seri nell’impegno quotidiano di rendere più giusta e dignitosa la vita», ha detto Di Donna al termine dell’omelia. Con una precisazione: «Tra poco lasceremo il luogo dei morti per tornare alla città dei vivi, ma i criteri di Dio non corrispondono alle planimetrie umane», perché «chi ama vive, anche se morto, e chi non ama è già morto, anche se vivo».