La Messa Crismale
La missione di tutto il popolo di Dio
Il vescovo Antonio Di Donna la mattina del 2 aprile, giovedì santo: «Il nostro sacerdozio è quello di Cristo»
Il canto di ingresso di questa solenne celebrazione è particolare, bello, solenne. Abbiamo cantato così all’inizio: «Popolo regale, assemblea santa, stirpe sacerdotale, popolo di Dio, canta al tuo Signore». Sì, perché questa celebrazione annuale è la più grande manifestazione dell’unità della Chiesa locale, della Chiesa di Acerra. Siamo radunati qui, proveniamo da ogni parte della diocesi di Acerra. C’è il vescovo, ci sono i presbiteri, i diaconi, uomini e donne consacrati, ci sono laici e laiche. Non è una celebrazione per soli preti. Il soggetto è tutto il popolo di Dio nei suoi vari ministeri e nei suoi vari carismi. Dovrebbe essere la celebrazione più partecipata di tutto l’anno: perciò, sia detto per inciso, e a mio parere, sarebbe più opportuno celebrarla il mercoledì sera, come fanno ormai da anni molte diocesi, per permettere ai laici e alle laiche delle nostre comunità di partecipare.
Lo dice chiaramente una parola dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato nella seconda lettura: «Ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il nostro Dio e Padre» (Ap 1, 6). E’ una parola, cari amici e care amiche, che non può lasciarci indifferenti, ed è una parola che io credo, spero di sbagliarmi, non è ancora entrata del tutto nella nostra coscienza ecclesiale. Questa parola «ha fatto di noi un regno di sacerdoti» dice due cose.
In primo luogo che noi non siamo un’assemblea, un’associazione qualsiasi; non siamo un’organizzazione di beneficenza, una onlus, una organizzazione non governativa (Ong); non siamo un qualsiasi raduno di persone. No! Noi siamo un regno di sacerdoti.
E la seconda cosa che dice questa parola è che lo siamo tutti un regno di sacerdoti. Giustamente il diritto canonico, secondo il Concilio Vaticano II, la Lumen Gentium, quell’immagine di Chiesa che ci ha dato il Concilio, premette alla differenza del servizio la parola «fidelis», non semplicemente presbiteri, sacerdoti, ma «fedeli presbiteri»; non semplicemente religiosi e religiose, ma «fedeli religiosi; non semplici laici e laiche, ma «fedeli laici e laiche». «Christifideles»: tutti siamo fedeli, tutto siamo popolo di Dio. È il sacerdozio universale di tutti i battezzati, ed è al servizio di questo sacerdozio universale, di tutti i battezzati, che è destinato il sacerdozio del vescovo, quello dei presbiteri e il ministero dei diaconi.
Non dimentichiamo mai questa gerarchia, perché è il battesimo il fondamento, la «porta della fede», dicevano i Padri, ed è attraverso di esso che tutti entriamo in questo «regno di sacerdoti». Per cui dovrebbe essere l’intero popolo di Dio, regno di sacerdoti, che ha ricevuto la missione del Signore, quella missione messa in luce dalle letture che abbiamo ascoltato: «Lo Spirito del Signore è sopra di me. Per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato ad annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare l’anno di grazia del Signore» (Is 61, 1-3). Di chi è questa missione? Dei soli sacerdoti o dei vescovi? No! E’ di tutto il popolo di Dio nella sua varietà, nelle sue funzioni, nei suoi diversi ministeri.
Certo, in teoria nessuno di noi penserebbe di metterlo in dubbio: che il nostro sacerdozio è quello di Gesù. Ma, cari amici – e lo dico soprattutto a quelli che provengono dalle comunità parrocchiali, a me vescovo, ai presbiteri – se ci esaminiamo sull’esercizio concreto del nostro sacerdozio, sul nostro modo di stare al servizio degli uomini, dovremmo chiederci fino a che punto realmente noi esercitiamo questo sacerdozio? E il nostro sacerdozio è realmente, concretamente il sacerdozio di Cristo?
C’è un rischio fortissimo che incombe su di noi: nel ministero sacerdotale, ma anche per voi, nostri collaboratori più vicini, per le nostre comunità in generale: potrebbe essere che tutte quelle incombenze che ci assorbono da mattina a sera, tutta quella fatica che ci impegna, e che forse ci dà anche una sottile, gratificante sensazione di ritrovarci al centro di una comunità viva, si riduca in gran parte a dare risposta a una serie di richieste che ci vengono rivolte. C’è il rischio, insomma, che tutto, compresa la nostra vita di sacerdoti, si riduca a soddisfare una serie di bisogni umani, in qualche modo anche religiosi, ma generici, che spesso non sono legati a Gesù e al Vangelo.
A questo e solo a questo si riducono, per esempio, le tante richieste di riti di passaggio per solennizzare certi momenti importanti della vita: la nascita, l’adolescenza, il matrimonio, la morte; a questo tante volte si riduce la richiesta che ci viene rivolta dalle famiglie, preoccupate del futuro dei loro ragazzi, di essere un’agenzia educativa. E lo siamo, lo facciamo volentieri! Oppure la domanda che ci viene rivolta di proporre attività, pensiamo ai nostri oratori, per i ragazzi e i giovani che mancano di spazi di aggregazione e figure di riferimento. E lo facciamo, lo facciamo volentieri! Così anche talvolta la richiesta che ci viene fatta di dare un supporto psicologico in certi momenti di crisi delle persone o delle coppie, delle famiglie; oppure la domanda di interventi di emergenza per le piaghe sociali del nostro tempo: le varie povertà, le dipendenze, le forme di devianza. E lo facciamo volentieri! E ancora la necessità di organizzare le ricorrenze tradizionali, le feste, le processioni di cui ogni comunità umana ha bisogno per vivere il momento della festa e non smarrire la propria identità. Per non parlare di altri ruoli sociali di tipo non religioso, talvolta di semplice supplenza a carenze delle istituzioni. Pure questo facciamo, e lo facciamo volentieri!
Si tratta di esigenze umane legittime, normali, alle quali è doveroso dare risposta da parte nostra. Ma non dobbiamo dimenticare che tutto questo possono farlo, anche meglio di noi certe volte, altre istituzioni umane, altri gruppi religiosi, senza alcun riferimento a Gesù Cristo. Chiediamoci, fra le tante, tantissime persone che vengono da noi dalla mattina alla sera, quanti sono quelli che arrivano semplicemente per sentirci parlare di Gesù, del Vangelo, o almeno del senso della vita, dei grandi interrogativi dell’uomo, dei problemi della coscienza? Chiediamoci quanti sono i giovani, gli adulti che vengono non perché devono ricevere l’uno o l’altro sacramento, ma semplicemente perché sono affamati, assetati della Parola di Dio, per un cammino di autentica catechesi? Chiediamoci: dinanzi a queste domande noi possiamo dire di avere la sensibilità e la preparazione? Sì, perché anche di preparazione si tratta per rispondere in maniera adeguata?
Cari fratelli, presbiteri, cari religiosi, diaconi. Cari operatori operatrici pastorali delle nostre comunità. Il nostro sacerdozio, il sacerdozio che Gesù comunica al suo popolo, non rinnega, non rifiuta, ma assume tutti bisogni autenticamente umani e religiosi, eppure non può ridursi ad essi. No! Noi siamo inviati ad annunciare agli uomini quella salvezza, quella liberazione che Gesù ha proclamato nel discorso di Nazareth che abbiamo ascoltato nel Vangelo di Luca 4, 16-21: «Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”».
Certo, una salvezza, una liberazione che coinvolge anche tutti i problemi dell’uomo, tutti, nessuno escluso, ma non può ridursi ad essi. Dobbiamo annunziare quel regno che, mentre adempie le attese dell’uomo, al tempo stesso le sconvolge, le riformula, le trascende immensamente. Quel regno che ormai fa un tutt’uno con la persona stessa di Gesù, con l’evento della sua croce e risurrezione, con l’attesa della sua venuta finale.
E allora la nostra celebrazione stamattina vuole esprimere questa consapevolezza: il desiderio, almeno il desiderio, e la presa di coscienza che il nostro sacerdozio non sia un sacerdozio qualsiasi, semmai vissuto stancamente e in maniera abitudinaria! Il nostro è sempre e soltanto il sacerdozio di Gesù, ed è per questo, cari sacerdoti, che sentiamo oggi il bisogno di rinnovare, lo faremo tra poco davanti al popolo di Dio, gli impegni che abbiamo assunto al momento della nostra ordinazione per essere configurati a Cristo.
Ricordiamolo: il sacerdozio del popolo di Dio, il sacerdozio di tutti i fedeli battezzati, il nostro sacerdozio anche di presbiteri, è quello di Cristo, non è una semplice proiezione dei bisogni umani, tanto meno della nostra personale soggettività. Assume tutti i bisogni umani, e facciamo volentieri opera anche di supplenza, ma non dimentichiamo che il nostro proprium, lo specifico del sacerdozio che Cristo ci ha trasmesso, è la passione per il Regno: «Cercate anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta» (Mt 6, 33).
Ricordiamo oggi, cari fratelli e sorelle, un ricordo affettuoso e grato per quanti hanno profuso la loro opera in questa amata Chiesa acerrana. I vescovi defunti, i sacerdoti che già stanno nel regno del Padre. Un grazie particolare al vescovo emerito Giovanni, che ci tiene sempre ad essere con noi in momenti come questi; un grazie e un saluto particolare ai presbiteri assenti a causa dell’età o delle condizioni di salute: penso a don Salvatore, a don Giancarlo, e purtroppo da stanotte anche a don Mimì Pirozzi, che di nuovo si è sentito male e sta in ospedale, e chiedo a don Carmine di portare il nostro saluto affettuoso, l’abbraccio a don Mimì; o ai sacerdoti che stanno vivendo una particolare esperienza della malattia: grazie Carlo, per la tua presenza stamattina e per la tua testimonianza forte, vibrante, grazie!
Un grazie ai presbiteri che compiono in quest’anno 2026 l’anniversario di sacerdozio.
Ne cito solo due perché fanno cifra tonda: trent’anni anni di ordinazione per don Luigi Razzano e venti per il nostro don Biruk Demissie, che è con noi in questo periodo e concelebra stamattina.
Un ricordo anche a quei fratelli che hanno lasciato il ministero sacerdotale: li ricordiamo, sono sempre nostri fratelli, e la nostra porta è sempre aperta.
Un saluto particolare a Vincenzo e Giuseppe, che nella freschezza della loro età giovanile, tra poco saranno ordinati presbiteri per la Chiesa di Acerra. Fin d’ora cari Giuseppe e Vincenzo vi dico benvenuti, welcome! Siete la new entry nel nostro corpo sacerdotale, e chiedo da oggi agli altri presbiteri di accoglierli nel collegio del presbiterio, ad accogliere come fratelli più giovani gli ultimi arrivati, e a fare l’impossibile per partecipare alla loro ordinazione. Un saluto ai diaconi, ai quattro diaconi della nostra Chiesa, ai seminaristi. Sono ancora pochi, si stanno assottigliando. Dobbiamo pregare di più.
Un saluto ai fratelli detenuti qui presenti, accompagnati dal caro don Sergio Cristo, loro cappellano, e dalla carissima docente Anna Carfora che è con loro. Un grazie alla città di Cervino che ancora una volta quest’anno offre l’olio, l’olio degli infermi, dei catecumeni, e l’olio da cui poi viene il crisma. Grazie Città di Cervino. Sii benedetta!
E pregate anche per me che quest’anno, tra pochi giorni, celebrerò i cinquant’anni anni della mia ordinazione sacerdotale. Consentitemi il mio personale ringraziamento a tutti, perché continuate a donarmi affetto e amicizia! Perché continuate a compatire i miei difetti e i miei limiti, e perché mi dimostrate generosa disponibilità e collaborazione. Grazie davvero!
Vorrei chiudere con una bellissima preghiera che Papa Leone ci ha donato proprio in questi giorni per i sacerdoti:
«Signore Gesù, Buon Pastore e compagno di cammino. Oggi, in questo giorno solenne, ti affidiamo tutti i sacerdoti, soprattutto quelli che attraversano momenti di difficoltà.
Quando la solitudine pesa, i dubbi oscurano il cuore e la stanchezza sembra più forte della speranza, Tu che conosci le loro lotte e le loro ferite, rinnova in loro la certezza del tuo amore incondizionato. Fa che non si sentano mai funzionari né eroi solitari, ma figli amati, discepoli umili e preziosi, e pastori sostenuti dalla preghiera del tuo popolo.
Padre buono, insegnaci come comunità a prenderci cura dei nostri sacerdoti, ad ascoltarli senza giudicare, a ringraziare senza pretendere da loro la perfezione, a condividere con loro la missione battesimale di annunciare il Regno con gesti e parole, e ad accompagnarli con vicinanza e preghiera sincera.
Spirito Santo, riaccendi nei nostri presbiteri la gioia del Vangelo, concedi loro amicizie sane, lieti di sostegno fraterno, anche un po’ di umorismo, quando le cose non vanno come sperato, e la grazia di riscoprire sempre la bellezza della loro vocazione. Che non perdano mai la fiducia in Te, né la gioia di servire la tua Chiesa con cuore umile e generoso. Amen.
Cattedrale di Acerra 2 aprile 2026
+ Antonio, vescovo














