Monsignor Antonio Di Donna prete da cinquant’anni: «Sono contento di Dio. Ne è valsa la pena»

Pubblichiamo l’omelia integrale pronunciata dal vescovo di Acerra in Cattedrale la sera del 14 aprile 2026 per l’anniversario della sua ordinazione presbiterale. Alla concelebrazione in un Duomo gremito di persone hanno preso parte molti vescovi della Conferenza episcopale campana di cui il presule e presidente, i sacerdoti della nostra diocesi ma anche da altre città della Campania e migliaia di fedeli dalle nostre parrocchie e da comunità ecclesiali di altri territori. Presenti familiari e amici del presule, autorità civili e militari.

Un cordiale saluto a tutti voi convenuti stasera per ringraziare con me il Signore del dono del sacerdozio al quale ha chiamato me e sei miei compagni – quattro dei quali sono già in Paradiso: Tonino, Angelo, Antonio e Franco, che ricorderò in questa celebrazione – cinquant’anni anni fa.

Saluto in particolare i cari fratelli vescovi: vi ringrazio di cuore, sono contento della vostra partecipazione, segno dell’affetto e della stima verso la mia persona e nei confronti della Conferenza episcopale campana di cui facciamo parte. Grazie!

Un ringraziamento ai presbiteri, ai diaconi, a voi tutti cari amici e care amiche della diocesi di Acerra, ma anche a quelli provenienti da altre città: in particolare Napoli, Ercolano e Portici.

Saluto le Autorità, il caro sindaco di Acerra Tito d’Errico, che mi ha espresso già stamattina i voti augurali.

Un saluto e ringraziamento a Papa Leone, che tramite la Nunziatura mi ha fatto pervenire la lettera gratulatoria per i 50 anni di sacerdozio. A lui, soprattutto in queste ore, rinnoviamo vicinanza, affetto e preghiera; e auspichiamo da parte di tutti rispetto per la sua persona, il suo ministero e la predicazione del Vangelo della pace.

Qualsiasi celebrazione nella Chiesa non deve mai servire per parlare di una persona. Tuttavia la propria vita può essere utile ad annunciare la misericordia del Padre: «Venite, ascoltate voi tutti che temete Dio e io vi narrerò quanto per me ha fatto il Signore» dice il salmo.

Avrei preferito trascorrere in silenzio questo momento, a chiedermi se in questi anni ho corrisposto fedelmente alle esigenze dell’alleanza che Dio ha stretto con me da mezzo secolo, in quel 14 aprile 1976 mercoledì santo. Ma credo sia giusto vivere certi anniversari, colorarli di festa, sottrarli alla monotonia del quotidiano.

La memoria del cuore Quello che veramente celebriamo stasera – e lo ha detto bene il vicario nel suo indirizzo di saluto, per cui lo ringrazio – è la fedeltà di Dio alle sue promesse: non la nostra, non la mia, ma la sua fedeltà alle promesse! E perciò, fatte le dovute differenze, permettete di fare mie le parole del grande Agostino all’inizio del libro decimo delle sue Confessioni: «Farò la mia confessione non alla sola Tua presenza, ma anche alla presenza dei figli degli uomini credenti, partecipi della mia gioia, compagni del mio pellegrinaggio. Sono questi i tuoi servi e i miei fratelli, che tu mi hai ordinato di servire». Nel Deuteronomio, Mosè dice al popolo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi 40 anni nel deserto». Ricordare, fare sintesi e cercare di capire in uno sguardo d’insieme il senso del cammino compiuto: solo quando guardiamo indietro nella nostra vita, dopo anni ci rendiamo conto di come Dio sia sempre stato con noi. Le misericordie del Signore ci accompagnano giorno per giorno, basta avere il cuore vigilante per poterle percepire. Siamo troppo inclini, lo confesso, ad avvertire solo la fatica quotidiana, a sentire il peso delle responsabilità più che la gioia del dono ricevuto. Se però apriamo il nostro cuore, allora possiamo constatare quanto Dio è stato buono con noi, il mondo in cui ci ha guidato, come Egli ha pensato a noi anche nelle piccole cose, aiutandoci così a raggiungere quelle grandi. Ho sperimentato che con il peso accresciuto della responsabilità, il Signore ha portato nuovo aiuto nella mia vita. Ripetutamente vedo con gioia riconoscente quanto è grande la schiera di coloro che mi sostengono con la preghiera, l’amicizia e l’affetto; quanto è ampio il numero di coloro che con la loro fede e il loro amore mi aiutano a svolgere il ministero, e che sono spesso indulgenti con le mie debolezze. Ricordare è un verbo che ha nella sua radice la parola cuore: ricordare è la memoria del cuore.

E oggi i ricordi si affollano nel mio cuore e nella mia mente. I miei genitori, la mia famiglia, e la famiglia di Dio, la comunità ecclesiale che mi ha generato alla fede: quella di Santa Caterina ad Ercolano, la chiamata al ministero sacerdotale. E i parroci che mi hanno accompagnato nel cammino: don Antonio Gargiulo, don Pasquale Imperato, altri. Ancora, quelli che sono stati autentici maestri nel mio ministero pastorale. Come non ricordare il caro don Antonio Cozzolino, parroco del Rosario a Piazza Trieste Ercolano, dove per i primi anni, quasi venti, ho esercitato il mio ministero? Come dimenticare oggi – meriterebbero più attenzione, ma il tempo è tiranno – gli educatori del seminario, i docenti della facoltà teologica? E il grande rettore, per noi padre e maestro e la cui memoria è in benedizione, monsignor Luigi Diligenza, poi arcivescovo di Capua? Come ignorare i padri spirituali, in particolare il caro don Agostino Cozzolino, oggi venerabile? E il vescovo che ci ha ordinati presbiteri, il buon pastore cardinale Corrado Ursi? E quelli dopo di lui – Michele Giordano, Crescenzio Sepe – che mi hanno affidato tanti incarichi nei trentasette anni vissuti nella Chiesa Madre di Napoli, soprattutto nelle amate città di Ercolano, la mia terra di origine, e quella di Portici, a san Ciro. Fino ai tredici anni vissuti da vescovo di Acerra, dove attualmente vivo in mezzo a voi. Quanti ricordi, quanti volti, quante persone, quante storie!

Stare davanti a Lui Che cos’è questo essere sacerdote di Cristo? La seconda preghiera eucaristica – la più antica, risalente al II secolo a Roma – descrive l’essenza del ministero sacerdotale con queste parole che ascoltiamo ogni qualvolta viene usata nella Messa: «Ti rendiamo grazie perché ci hai resi degni di stare davanti a te a compiere il servizio sacerdotale».

Sacerdote è uno che sta dritto in piedi, si fa carico degli uomini presso il Signore con il suo servizio, soprattutto nell’edificazione delle comunità cristiane, perché siano sempre più somiglianti a quel modello di comunità che ci è stato descritto stasera nella prima lettura degli Atti degli Apostoli.

Quale grandezza, quale responsabilità! il santo curato d’Ars – anche un altro santo prete delle nostre terre vesuviane, san Vincenzo Romano, parroco di Santa Croce a Torre del Greco, dice più o meno le stesse parole – affermava: «Se comprendessimo bene chi è un prete sulla terra, moriremmo non di spavento, ma di amore; lasciate una parrocchia senza prete per vent’anni e vi si adoreranno le bestie».

Mi ha sempre colpito quanto dice Romano Guardini: «Noi abbiamo bisogno di essere in qualche modo difesi dal troppo grande che il Signore compie nella nostra vita. Se pensassimo veramente fino in fondo alla grandezza a cui Dio ci eleva, ci sarebbe da impazzire o almeno da non mangiare più, da non parlare più, da non dormire più. E invece continuiamo a mangiare, a dormire e a parlare». Il Signore ci difende dal troppo grande, non riuscire a comprendere pienamente il mistero a cui siamo stati chiamati ci permette di vivere una sopportabile esistenza umana. E questo non solo preti e vescovi, ma tutti i battezzati.

Ti rendiamo grazie Signore! Perché non noi da soli non lo siamo, ma tu «ci hai resi degni di stare alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale!».

Essere alla presenza del Signore e servirlo, cari amici, significa anche vicinanza e familiarità con il mistero del Dio santo, santo, santo: e chi più di un prete nelle celebrazioni quotidiane? Questo però può comportare il pericolo che stare così vicini al sacro, incontralo continuamente ogni giorno, diventi abitudine. E’ un rischio reale! Ripetute messe e sacramenti, contatti continui con il mistero di Dio: tutto ciò può condurci a non percepire più il fatto grande, sorprendente, che Egli stesso ci parli, si doni a noi. È il pericolo dell’assuefazione, del fare l’abitudine alle cose di Dio e non avvertirne più il senso. Riconosco che in questi 50 anni questa è stata la difficoltà più grande: l’indifferenza del cuore contro cui combattere e lottare senza tregua per superare l’abitudine alle cose di Dio.

Se dovessi ricominciare daccapo In conclusione, chiudo la riflessione su questi anni con un «periodo» grammaticale che a scuola ci è stato insegnato come «ipotetico». Se dovessi ricominciare daccapo, mi farei ancora prete, non so se vescovo, ma prete certamente; se dovessi ricominciare daccapo, vorrei pregare di più e meglio; se dovessi ricominciare daccapo, dedicherei più tempo e passione all’annuncio del Vangelo – dalla predicazione alla catechesi, all’annuncio missionario – facendomi scrupolo di preparare ancora meglio le omelie, soprattutto nel giovare al popolo di Dio. Lo dice Agostino con due verbi molto belli per il predicatore – delectare et prodesse, piacere e giovare al popolo di Dio. Insomma, se dovessi ricominciare daccapo, sarei più scrupoloso nella predicazione, nell’annuncio del Vangelo.

Se dovessi ricominciare daccapo, mi dedicherei di più alla cura delle relazioni, al dialogo con i «Nicodemo» dei nostri giorni, il personaggio notturno che va a interrogare Gesù; alla ricerca delle «Samaritane», degli «Zaccheo» di oggi. Questo è stato infatti il filo rosso che mi ha guidato nei miei 50 anni di ministero. I momenti più belli e densi della mia vita sacerdotale sono stati quelli dedicati alla ricerca dei lontani, quelli che fanno fatica a credere: le lunghe passeggiate, quando me lo potevo permettere, con persone alla ricerca di Dio. Per questo vorrei dire ai miei fratelli presbiteri, della mia diocesi ma non solo: «Vi supplico, cercate i Nicodemo di oggi, uscite dalle sacrestie andate incontro agli uomini e alle donne alla ricerca di Dio; lasciate le carte, non perdete tempo con attestati di idoneità, non concentrate tutto lo sforzo sulla pastorale sacramentale in una strategia che credo stia per morire.

Se dovessi ricominciare daccapo, vorrei prendere le cose non troppo sul serio. Certo, un vescovo, un prete, un parroco, devono prendere sul serio i doveri pastorali. Ma può accadere loro di esagerare: portare l’attenzione, per esempio, soprattutto sulle difficoltà, gli aspetti negativi, e vedere le une e gli altri con la lente di ingrandimento; oppure, lasciarsi prendere dall’agitazione, dall’affanno di voler affrontare in blocco tutti, o quasi, i problemi; o ancora, pensare con un’ingenua presunzione che «tocchi proprio a me» risolverli, dimenticando la sproporzione incalcolabile tra quello che debbo e posso fare io, e ciò che invece compie lo Spirito Santo. Ho letto qualche tempo fa una simpatica «massima» di un uomo autorevole nella Chiesa, che diceva più o meno così: «Cos’è dei nostri cosiddetti problemi su cui tanto ci affanniamo? Il 25% si risolvono da sé e come per caso, un altro 25% forse li risolviamo noi, ma il rimanente 50% resteranno sempre da risolvere». Vorrei perciò ripetere più spesso il salmo: «Confida nel Signore e fa il bene; cerca la gioia nel Signore, Lui esaudirà i desideri del tuo cuore; manifesta Signore la tua via, confida in Lui; sta in silenzio davanti al Signore, e spera in lui». Se dovessi ricominciare daccapo, vorrei dunque drammatizzare meno le situazioni, vederle con maggiore distacco e non lasciarmi facilmente turbare: per non pregiudicare senza necessità le condizioni delle coronarie; ma anche perché serenità e pace sono doni di Dio che bisogna conservare, soprattutto la pace.

Sì, se dovessi ricominciare daccapo, farei così!

Infine, vorrei offrire la mia testimonianza davanti a voi tutti, e confessare che di questi 50 anni della mia ordinazione sacerdotale io sono contento di Dio!

E di mettermi ancora al suo servizio, e al servizio e degli uomini e donne, miei fratelli e sorelle: credo e penso che ne sia valsa pienamente la pena!

+ Antonio