Questo è il nostro Re   versione testuale

Omelia 24 novembre 2019 – XXXIV domenica TO – C – Cristo Re dell’Universo








 

Pensando alla solennità di oggi alla luce delle letture che abbiamo ascoltato, possiamo dire: beh, la Chiesa ne poteva scegliere altre più adatte. Non è possibile presentare un re così. Dove sta la sua regalità? Un re crocifisso? È assurdo! È ciò che pensavano quelli che stavano sotto la croce e lo insultavano. Eh sì, rischiamo di non essere diversi da loro se cerchiamo la sua regalità nel potere di salvare se stessi e se dal re vogliamo semplicemente la nostra salvezza, che faccia i nostri interessi.

 

 

Il nostro Re non ha avuto «natali illustri, nobilissimi e perfetti», nessuno lo ha invidiato per essere nato al freddo e al gelo, così non ha avuto una morte regale su un letto comodo, al caldo e circondato dall’affetto dei suoi sudditi: muore tra due sconosciuti condannati allo stesso supplizio e insultato da chi dai re si aspetta qualcosa di molto diverso. Tutti lo disprezzavano, lo giudicavano «castigato, percosso da Dio e umiliato» (Is 53,4). Ma ognuno muore tra chi si è circondato in vita e Gesù, «amico dei pubblicani e dei peccatori» (Mt 11,19), non poteva avere compagnia diversa nell’ora della morte.

Dove tutti vedono un poveraccio appeso a un legno, un pazzo che ha fatto una brutta fine, c’è un peccatore, un ladro che accanto a uno che non «ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere» (Is 53,2), uno «davanti al quale ci si copre la faccia» (Is 53,3), intravede nel suo modo di stare sul trono della croce, qualcosa di diverso, di regale, di divino e ha così tanta fiducia, da raccomandare a lui la sua vita: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Ma cosa ha visto? Gli sono bastate quelle poche ore accanto a lui (cf Mc 15,22.33), quelle poche parole: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,24): qui ha visto la sua infinita misericordia. «Donna, ecco tuo figlio. Ecco tua madre» (Gv 19,26-27): la sua tenerezza. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46): la sua umanità. «Ho sete!» (Gv 19,28): il suo desiderio di salvezza per ogni uomo. «Oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43): il perché si trovava lì appeso [per salvare i peccatori]. «Tutto è compiuto!» (Gv 19,30): la sua obbedienza al Padre. «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46; cfr. Sal 31,6): il suo abbandono fiducioso. Il nostro Re dell’universo, è il Re della misericordia, della tenerezza, dell’umanità, dell’opportunità di pentimento offerta a tutti, dell’attesa fino all’ultimo istante, è il Re della pazienza, del totale rispetto della libertà. Sì, è strano il nostro Re, non ha servi, ma amici (Gv 15,15), non è venuto per farsi servire, ma per servire (cf Mc 10,45), non toglie la vita, ma la dona, non punisce, ma perdona (Mt 9,2). Questo è il vero Re e chi vuole regnare può farlo solo con la sua regalità, quella dell’amore. Dalla croce in poi, qualsiasi altro re, perde se non entra nella stessa logica: salvare gli altri e non se stesso, amare fino alla fine (cf Gv 13,1). Io che re sono? Cioè nelle relazioni con gli altri, come mi comporto? Cosa sono disposto a fare per i miei fratelli, i miei amici e perfino per i miei nemici? Oggi molte croci sono vuote perché chi può salvare scappa, pensa a se stesso, non vuole fare nemmeno il più piccolo sacrificio, gli altri si arrangino: si arrangi l’operaio licenziato a 50 anni, si arrangi il laureato che a 30 anni non trova lavoro, si arrangi il malato che non si può curare, si arrangi lo studente che non ha soldi per comprare i libri, il profugo costretto a scappare dal suo paese... Chi ha il potere (economico, politico…) e pensa a se stesso, non è re, ma schiavo di ciò che ha e non sa che non ha nemmeno il potere di salvare se stesso!

Al termine dell’Anno, la Chiesa ci pone di fronte al nostro Re crocifisso e io mi chiedo: ho vissuto nella sua logica? Sono pronto a seguirlo ancora anche a costo di perdere qualcosa?

Gesù ci ha fatto chiedere al Padre: «Venga il tuo regno», però non per stare «a vedere» come ha fatto il popolo, ma per accoglierlo amando come lui ci ama e così renderlo presente oggi, qui in mezzo a noi.

d. Alfonso Lettieri

 

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