Nel nome del Signore   versione testuale

Inaugurato in Cattedrale l’Anno Pastorale











Chiesa di Dio, popolo in festa! E’ il canto che accompagna la processione di ingresso in Cattedrale. Preceduto da tutti i sacerdoti della diocesi, dai diaconi e dai seminaristi, il vescovo Antonio Di Donna arriva all’altare e dalla cattedra ricorda che «il “convenire" di stasera – tutta la Chiesa locale di Acerra intorno al pastore – dà l’inizio ufficiale al nuovo anno pastorale nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
 

Signore, accresci in noi la fede All’omelia, monsignor Di Donna esorta l’assemblea, «consapevoli delle nostre fragilità», a fare proprio il «grido dei discepoli» ascoltato nel Vangelo della liturgia della XVII domenica del Tempo ordinario, per contrastare il «senso di inutilità» che alla ripresa delle attività pastorali prende non solo sacerdoti e diaconi, ma anche tanti bravi e generosi catechisti, e in generale animatori della vita della Chiesa.

Perché c’è «un caso serio della fede» ad opprimere l’animo dei cristiani in questo tempo che non è più quello dei giovani «contro» ma dei giovani «senza». Senza Dio, senza fede e senza la Chiesa. Ancora oggi, come già il profeta Abacuc gridava nel VII secolo avanti Cristo – «fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!" e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese», seconda lettura) – «i fatti sembrano smentire la fede e le promesse del Signore».

Il presule indica «tre ambiti» per chiarire meglio che oggi «la fede stessa sembra inutile e noi credenti siamo considerati gente d’archivio, sorpassata».


Iniziazione Esso racchiude i tanti sforzi messi in campo in questi anni, e a tutti i livelli, al fine di generare e trasmettere la fede, ma con risultati sempre più scarsi. E per semplificare la questione, monsignor Di Donna prende a prestito un provocatorio libro di un sacerdote tedesco dal titolo «Non posso più fare il parroco», dove sono elencati i motivi di frustrazione, con la tentazione che per fare meglio il prete non bisogna fare il parroco. E non a caso nel testo si legge, a proposito della Prima Comunione, che al cospetto di tanti cambiamenti di «modelli», tutto rimane identico, con un’unica costante: il «calo progressivo della partecipazione all’eucarestia domenicale», dopo avere ricevuto il sacramento.


Di fronte a questo «divario» tra impegno e risultato, la Chiesa si trova a scegliere tra l’essere d’elite, o di «popolo», e quindi continuare ancora a rispondere, nonostante le «forze insufficienti», alla «domanda di sacramenti» che comunque rimane forte.  


Profilo burocratico Le parrocchie, è il secondo allarme di monsignor Di Donna, rischiano di diventare sempre più simili ad una «azienda pubblica» e meno ad una «famiglia». Basti guardare la burocratizzazione della «funzione del padrino», ormai ridotta ad una questione di certificato di «idoneità» o addirittura «autocertificazione».


Comunione E’ forse l’ambito dove maggiormente «gli sforzi si scontrano con le resistenze», e dove perciò si percepisce di più «la sensazione di inutilità del nostro lavoro pastorale», ammonisce il vescovo.

 

Ricominciare

Ma in modo diverso

 

E allora, cosa fare? Riprendendo la seconda parte della stessa prima lettura del giorno – «Il Signore rispose e mi disse: “Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette, perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» – monsignor Di Donna esorta tutti a non arrendersi. Ma soprattutto ad implorare il Signore affinché accresca la fede di ciascuno. Perché se è vero che dobbiamo «ricominciare», e «di nuovo getteremo le reti sulla tua parola» pur «senza vedere i risultati», per riuscire a farlo è necessario che cresca in noi «il senso del mistero, la certezza interiore che il nostro dono è necessario e sicuramente sarà fecondo – senza pretendere di sapere come, dove e quando, perché lo Spirito soffia dove vuole – magari portando grazia e benedizioni in un posto lontano del mondo che neanche conosciamo».

 

Perché la fede e il vivere per essa non rappresentano un «affare» commerciale che si misura con i risultati. «A noi basta la gioia di lavorare nella vigna del Signore, la sua fiducia è la nostra ricompensa», incalza ancora il vescovo dicendo un «grande grazie» ai tanti che si apprestano a «vivere il nuovo anno in letizia, con un servizio umile e disinteressato», e assicurando che «nessuna opera fatta per amore va perduta»; nessun «atto d'amore» svanisce nel nulla; nessuna «generosa fatica» è infeconda e nessuna «dolorosa pazienza» è inutile.

 

Con la preghiera finale: «Più relazioni, più qualità e meno quantità; più incontro e meno burocrazia; più bellezza della liturgia e meno processioni; più annuncio del Vangelo che sacramenti; più missione e meno conservazione; più in strada e meno in sagrestia; più per accendere il fuoco che adorare le ceneri; più sul fare meglio e insieme, piuttosto che fare di più e da soli»

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