I funerali dell'ex sindaco di Acerra Immacolata Verone   versione testuale

Il vescovo Antonio Di Donna: «Dio è fedele alla sua promessa. Meglio atei, che credere a metà»








Il mistero della morte e la nostra fede
Di fronte a qualsiasi morte, l’interrogativo della condizione umana diventa grande. La morte rimane ancora l’unica realtà di fronte alla quale le nostre domande si fanno impellenti, non solo per il timore dell’avvicinarsi della fine, ma soprattutto per la paura che tutto finisca. Come è possibile che una vita così ricca, come quella della nostra Titina, possa finire per sempre? Può la morte mettere la parola fine a tutto questo impegno, affetto, amore, passione, sentimenti, emozioni?

L’istinto buono messo nel nostro cuore dal Creatore ci fa respingere l’idea di un annientamento definitivo della persona umana. Già gli antichi dicevano: «Non omnis moriar (Orazio, Odi, III, 30, 6)», che significa: «non morirò del tutto, c’è qualcosa di me che rimarrà». Ed è giusto, perché sarebbe strano un Creatore che metta nel nostro cuore questo desiderio di vita e felicità per sempre, e poi tutto finisse all’improvviso: o saremmo di fronte a un Dio cinico e beffardo, che ama divertirsi con la sua creatura; oppure, l’altra ipotesi sarebbe che noi siamo una macchina costruita male, nella quale c’è un desiderio di felicità destinato a non realizzarsi mai. Si tratterebbe, insomma, della grande beffa della storia e della vita umana.

La nostra bella, serena e grande fede cristiana rischiara le tenebre di questo mistero che è la morte. E’ la fiducia che viene dalla fede, espressa bene da Paolo nella prima lettura: «Fratelli, sappiamo che quando sarà distrutta questa nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione per sempre. E sapendo che siamo in esilio, lontano dal Signore, siamo dunque pieni di fiducia». A che varrebbe infatti credere in un Dio a metà, che ci ha creati e accompagna, ma sulla frontiera della morte ci abbandona? Meglio essere atei che credere a metà: la fede vera va fino alla fine, perché Dio è fedele alla promessa con un’alleanza indissolubile, e anche a Titina si è legato: chiamandola alla fede, battezzandola, dandole il corpo e il sangue del suo Figlio, sul serio e per sempre. Se così non fosse, meglio non credere a niente che credere a metà.

 

 

Al servizio del Bene comune

Cari amici, salutiamo oggi una donna che ha svolto un ruolo significativo nella nostra comunità civile per tanti anni, con passione e competenza, con vero spirito di servizio. Titina ha amato profondamente Acerra. Dall’America, dove era emigrata negli anni giovanili con la sua famiglia, è tornata per amore: di Gianni, ma per amore della sua terra. Come pochi si è spesa per renderla attenta alle necessità dei suoi abitanti: maestra, ma soprattutto sindaco e amministratrice in anni difficili, sempre attenta a svilupparne le potenzialità; e anche dopo, una donna per il Bene comune.

Non è il momento, né il luogo per esprimere giudizi sulla sua attività di amministratrice della città. Stamattina siamo qui per testimoniare a lei la nostra stima e gratitudine per quello che ha fatto, per il suo ruolo prezioso al servizio dei cittadini e per il bene della città, che non è mai facile servire nel ruolo di amministratore della cosa pubblica: roba da far tremare vene e polsi.

Gesù dice: «Chi vuole essere il primo sia il servo, l’ultimo di tutti», e papa Francesco, nel Messaggio per la Giornata mondiale, dal titolo “La buona politica è al servizio della pace", scrive che la politica è un «servizio». Essa, afferma il Papa, «è fondamentale per costruire la città o il paese. Se è attuata veramente per il bene comune, la politica con la “P" maiuscola è veramente per un cristiano la più alta forma di carità». Ma quando, continua il Pontefice, da coloro che la esercitano «non è vissuta come servizio alla comunità, può diventare strumento di oppressione e di emarginazione». Il papa emerito Benedetto, nella sua prima enciclica Deus caritas est riprende una frase di sant’Agostino, terribile, pronunciata nel quarto secolo: «Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri».

Ho scelto per Titina la pagina più alta del Vangelo, che racchiude tutto Gesù, una pagina dirompente e provocatoria: «Beati i poveri in spirito, beati i perseguitati, beati i miti, beati gli operatori di pace, perché di essi è il regno dei cieli». Nel messaggio papa Francesco cita le “beatitudini del politico", proposte da un grande testimone, il cardinale vietnamita Van Thuan, tredici anni in carcere nel suo paese, il Vietnam, perché fedele al Vangelo. In quelle carceri egli scriveva: «Beato il politico che ha profonda coscienza del suo ruolo; che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse; che si mantiene coerente». Un altro testimone del Vangelo al servizio del Bene comune, Alcide de Gasperi, ha detto che «il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni». Papa Francesco registra, ahimè, accanto alle virtù del politico anche i possibili «vizi»: la corruzione in tutte le sue forme, il potere fine a se stesso, la strumentalizzazione delle persone, la negazione del diritto e delle regole, l’arricchimento illegale, il rifiuto di prendersi cura dell’ambiente, l’elargizione di favori come diritti.

Titina, nella sua semplicità e nonostante i suoi limiti, ha cercato di vivere queste beatitudini, senza dimenticare che è stata sposa e madre amorevole. Anche dopo avere lasciato l’amministrazione della città, c’è stata sempre. Lo posso testimoniare in questo ultimo segmento della sua vita terrena, nei cinque anni da quando sono ad Acerra. La trovavi attiva su ogni cosa utile allo sviluppo della città che amava. Ultimo, appassionato impegno: la passione per la musica, che lei vedeva come un talento tra le tante potenzialità di Acerra, città con una stupenda e antica banda musicale.

 

A noi il testimone

Prendiamo congedo stamattina da questa nostra amica e sorella, sapendo che ha fatto la sua parte con semplicità e mitezza. Ciascuno riceve un testimone: la famiglia l’affetto, la tenerezza, la presenza di sposa e mamma. Noi la passione per una esistenza impegnata, non superficiale, il gusto di una vita bella e buona secondo il Vangelo, al servizio degli altri, offrendo il proprio contributo e accettando anche i disagi che comporta l’assumersi delle responsabilità.

Lo diciamo soprattutto ai giovani: vale la pena vivere così, perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere, e questo ricompensa delle sofferenze e dei contrasti che incontriamo. E’ quanto Gesù ci ha insegnato: Lui, che ha speso tutto se stesso per la salvezza dell’umanità, senza trattenere nulla per sé, senza chiedere niente in cambio, senza lasciarsi vincere neppure all’ingratitudine degli uomini. Affidiamo Titina al nostro e suo Dio della vita, fedele, giusto e misericordioso. Celebriamo questa Eucarestia per lei, non solo per rendere grazie al Signore del dono di questa vita bella e buona, ma anche in suffragio per i suoi peccati. «Il giusto pecca sette volte al giorno», dice la Scrittura, e anche lei ha avuto le sue fragilità. Per chi sta in alto e ha avuto responsabilità più grandi, più severo sarà il giudizio di Dio. Lo voglio richiamare qui davanti a voi, perché Dio è giusto e misericordioso, e c’è un giudizio alla fine: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere. Venite benedetti del padre mio, prendete possesso del regno che è stato preparato per voi. Via lontano da me maledetti, nel fuoco eterno – dirà agli altri il giudice – perché avevo fame e non mi avete dato da mangiare, avevo sete e non mi avete dato da bere».

Cari amici, possa ognuno – stamattina venuto a salutare un’amica, una concittadina, una donna che si è spesa per il bene comune – tornare a casa “spinto" a fare la sua parte, piccola o grande, e rendere migliore la città in cui viviamo, per la quale Titina si è spesa con tutte le forze.

 

 

Cattedrale di Acerra, 9 febbraio 2019

 

 

Antonio Di Donna

Vescovo

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