La Via Crucis cittadina   versione testuale

Alla periferia di Acerra per ricordare i crocifissi del nostro tempo, in particolare i malati di cancro e le loro famiglie













Una Via Crucis alla periferia della città per ricordare i «crocifissi del nostro tempo», soprattutto «gli ammalati di cancro e le loro famiglie».

Ogni anno il vescovo e i sacerdoti si portano in un quartiere periferico di Acerra per «dire che qui e oggi la Passione del Signore continua nel vissuto quotidiano» della gente. Le Comunità di Acerra percorrono insieme le tappe della Via della Croce «per dire che tutti insieme siamo il popolo di Dio in cammino nella storia». «Anche se non c’è mai una croce senza resurrezione, Gesù, il Signore risorto è in agonia tutti i giorni fino alla fine dei tempi nei crocifissi e nei martiri di ogni generazione cristiana», ha detto il vescovo Antonio Di Donna all’inizio della Via Crucis cittadina del 23 marzo nel quartiere che ruota intorno alla parrocchia Gesù Redentore, e nella quale si è conclusa dopo essere partita dalla Casa di riposo “Oasi Sant’Antonio" e aver percorso 14 stazioni.

A turno ogni anno un sacerdote prepara le meditazioni. Per il 2018 è toccato a don Alfonso Lettieri, direttore dell’Ufficio liturgico diocesano e segretario personale del vescovo. Il sacerdote accompagna monsignor Antonio Di Donna «un giorno alla settimana» nella visita ai malati che «i parroci segnalano di volta in volta» dalle città della diocesi, soprattutto oncologici e in particolare bambini, ragazzi e giovani. Insieme, vescovo e segretario, hanno pensato per quest’anno di rappresentare «dal vivo le parole, le sensazioni e i silenzi dei genitori di questi ragazzi». Quasi una «registrazione fedele delle confidenze, del pianto e degli abbracci ai loro figli malati», ha detto il vescovo.

Così, le centinaia di fedeli presenti, nonostante l’insolita e gelida serata, hanno «avvertito fortemente» all’undicesima stazione «l’eco delle parole dei genitori» della «piccola principessa» Flavia «intubata e inchiodata nel letto». E come non vedere – nella dodicesima stazione, quando Gesù muore in croce – dietro quell’uomo che racconta l’ultima notte abbracciato alla figlia, la «traccia» di Angelo che stringe a sé la sua Maria, giovane promessa sposa che a tre mesi dal matrimonio viene colpita da un sarcoma al ginocchio e muore dopo un lungo «calvario» tra casa ed ospedale. Quell’ultima notte, si legge nella meditazione, il papà la tiene stretta tra le braccia e solo una crisi al mattino «mi ha costretto a sciogliere l’abbraccio», prima che Maria fosse portata in «sala di terapia intensiva». Alla quarta stazione il volto della Madre diventa quello delle «mamme che condividono con i loro figli la sofferenza e il dolore» nei reparti oncologici degli ospedali. «Anche a loro una spada ha trafitto il cuore», scrive don Alfonso. Quando «Gesù cade la seconda volta», il sacerdote ricorda quei genitori che «dopo 7 anni non pensavamo si ripresentasse la malattia», e si trovano all’improvviso «di nuovo ai piedi del calvario». Alla quinta stazione Simone di Cirene diventa «questa infermiera» che «ha la capacità di rendere dolci le medicine più amare», mentre alla sesta, sull’ultimo treno per tornare a casa dall’ospedale, «una donna si alza dal suo posto e siede accanto a me, non mi chiede niente, mi guarda, il suo volto è sereno, mi stringe le mani, su di esse sento il calore si una lacrima, piange con me. Così asciuga il mio volto, ristora la mia anima. Il suo volto è impresso nel mio cuore». 

«Non possono farcela da soli, dobbiamo fare qualcosa», ha esortato al termine della Via Crucis il vescovo Antonio Di Donna invocando la collaborazione tra Chiesa e Amministrazione comunale –  presente il sindaco di Acerra, Raffaele Lettieri – per trovare forme di «sostegno concreto» alle famiglie di malati oncologici. A partire dai «farmaci, a volte costosi»; dall’«assistenza, che non può cadere solo sulle spalle dei familiari»; dall’«accompagnamento, con auto o pulmini, presso i luoghi delle cure»; fino al «sostegno, anche economico», del padre di famiglia che costretto ad assentarsi dal lavoro finisce per «non avere il reddito necessario per andare avanti». Monsignor Di Donna ha anche invocato «volontari preparati e seri», con le competenze necessarie per accompagnare e «asciugare le lacrime» di chi è colpito dal male. E per non cadere «in un certo dolorismo o nella facile commiserazione che non porta a una carità di fatto», il presule ha invitato i fedeli presenti a «fare qualcosa già da questa sera», magari con «una semplice visita a casa per offrire parte del proprio tempo e portare una parola buona a questi nostri fratelli nei quali la passione del Signore continua».

Infine, il ricordo degli «altri crocifissi di questa nostra città», a partire da «quelli che non hanno lavoro» o sono «costretti ad andare via», fino alle «vittime dell’usura» e del «racket» e a coloro che «lottano per mantenersi giusti e non cedono all’illusione del facile guadagno».

 

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