L'oggi di Dio nella storia   versione testuale

Omelia del vescovo Antonio Di Donna













Oggi si è compiuta questa scrittura, che voi avete ascoltato. Questo oggi risuona forte in questa celebrazione, come nelle celebrazioni di questi giorni del Triduo pasquale.

Non facciamo oggi una commemorazione del passato, ma attualizziamo l’evento della salvezza: l’oggi di Dio, il perenne oggi di Dio che viene incarnato nel nostro oggi.

Questa celebrazione è la più grande manifestazione dell’unità della Chiesa locale. Stamattina non si celebra in nessun’altra Chiesa. Oggi – il vescovo, i presbiteri, i diaconi, i religiosi, le religiose, voi cari fedeli laici e laiche – siamo tutti intorno all’unico altare, nell’unica celebrazione nel memoriale dell’unico ed eterno sacerdozio di Cristo. Tutti partecipi della stessa dignità sacerdotale, profetica e regale che il Cristo ha partecipato a noi. Tutti, anche se con carismi e ministeri diversi, siamo il popolo di Dio, il corpo di Cristo, l’assemblea santa, la stirpe sacerdotale, come ha cantato il coro nel canto d’inizio.


 

Lo sguardo sui sacerdoti

Cari fratelli e sorelle, non vi sembri però contraddittorio che a questo punto, proprio nel momento in cui sto parlando della dimensione della Chiesa, del popolo di Dio come corpo di Cristo – tutti, insieme in virtù del battesimo – io vi inviti a far convergere la vostra attenzione sui nostri sacerdoti. Il motivo c’è, lo sappiamo. Oggi è il loro compleanno, è il nostro compleanno di sacerdoti. Noi sacerdoti siamo nati con l’eucarestia e oggi facciamo particolare memoria del dono del sacerdozio ministeriale al quale il Signore, nonostante la nostra indegnità, ci ha chiamati per il servizio del suo popolo. Come recita il prefazio di questa Messa, che ascolteremo tra qualche minuto: «Egli comunica il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti e con affetto di predilezione sceglie alcuni tra i fratelli, che mediante l’imposizione delle mani fa partecipi del suo ministero di salvezza».

 

Permettete perciò che io, anche a nome vostro, dica grazie ai sacerdoti della diocesi di Acerra che il Signore mi ha affidato come preziosi collaboratori. Vi confido che spesso mi viene da pensare alla vita dei miei preti. A passarli in rassegna, uno ad uno, soprattutto nella preghiera e nei momenti di riflessione. Penso a loro che passano la vita intera nelle loro parrocchie o a quelli tra loro più anziani che dopo anni di ministero hanno lasciato la loro comunità.


Voglio elogiare i miei preti, non per piaggeria, ma perché realmente portano ogni giorno il peso e la dignità del loro sacerdozio. I miei preti non hanno rivendicazioni, non accampano diritti di dipendenti pubblici o privati. Sanno di far parte non di un’azienda o una ditta ma di una grande e bella famiglia che è la Chiesa di Acerra. Non usano mai la parola comandare, anzi si mostrano ironici di fronte a elogi o riconoscimenti, perché sono consapevoli che è la fedeltà alla missione ricevuta che dà valore alla loro vita. Noto come vescovo nel loro rispetto verso di me l’assenza di piaggeria e anche nelle osservazioni critiche che talvolta mi fanno c’è amore vero, lealtà, coraggio di esporsi per servire meglio la Chiesa.

 

Sono anzitutto uomini spirituali, non macchine di sacramenti. Tutti concentrati sul mistero che si portano dentro, attenti alla vita interiore. Sanno, anche se con fatica, comprendono che devono formarsi in modo permanente perché non si può vivere di rendita, con la teologia appresa in seminario. Essi, i sacerdoti della nostra diocesi, sono strumenti della tenerezza di Dio, come dice bene il sussidio della Chiesa italiana “Lievito di fraternità", che ci sta accompagnando nei nostri incontri mensili. Strumenti della tenerezza di Dio, educatori della vostra fede, ma non accontentano sempre la gente nelle loro richieste, non cedono alla tentazione della popolarità, sanno dire di no a richieste che sanno di sentimentalismo o di folclore.

 

Servi premurosi del popolo, come dice lo stesso prefazio. Non burocrati, non funzionari del sacro. I miei preti concentrano la loro vita sulla parrocchia e sul ministero. Sono vicini alla gente. Sono itineranti, vanno a visitare le famiglie e i malati. Si allontanano poco dalla parrocchia e soltanto per ricaricarsi spiritualmente e servire meglio la comunità. E guardando alla fatica della gente, al lavoro precario dei poveri, sono pudichi nel ritagliarsi periodi di ferie o frequenti momenti di riposo. Non perdono tempo, non sciupano le loro giornate abbandonando i doveri del ministero, non si creano reti di protezione, non stabiliscono alleanze ambigue con i potenti in vista di favori da ricevere. Più che autoritari, sono autorevoli con la propria vita e la propria testimonianza. Si preoccupano che i parrocchiani divengano discepoli di Gesù e non del sacerdote.

 

Si sforzano, i miei preti, di vivere una povertà dignitosa, senza fronzoli inutili, senza abbigliamenti costosi o abiti griffati o telefonini di gran marca. Non spendono somme consistenti per abiti liturgici umiliando il dolore dei poveri. Il loro rapporto col denaro è sereno. Sanno che un insano legame con i soldi umilia il loro sacerdozio, e fa perdere la gioia di essere chiamati. Vivono la dimensione della gratitudine. Si impegnano a tessere, per quanto umanamente è possibile, buoni rapporti con i confratelli. Non amano consorterie o cordate e perdono tempo a pregare in solitudine e con la gente. Non pensano anzitutto alle cose da organizzare ma alla fede delle persone che essi devono servire.

 

Vescovo con loro e per loro

Desidero oggi – cari amici, davanti a voi provenienti dalla varie parrocchie e comunità della diocesi, e vi ringrazio – dire grazie al Signore e a questi sacerdoti della diocesi che il Signore mi ha affidato come preziosi collaboratori. Posso loro assicurare che è bello essere vescovo con loro e per loro.

 

In particolare ringraziamo il Signore quest’anno per don Giancarlo, che festeggia i 50 anni di sacerdozio. Prete esemplare, testimone del vangelo, che da 50 anni vive con fedeltà il suo ministero. E ricordo con gioia e affetto in questa celebrazione don Francesco e don Carmine, che per la prima volta rinnovano le promesse della loro ordinazione. Come affidiamo in questa Messa al Signore i sacerdoti morti negli ultimi anni, in particolare quelli che sono morti quest’anno: monsignor Riboldi, don Luigi De Lucia, don Domenico Papa e don Alfonso Iaderosa. Vorrei unire a questo ricordo anche quello di monsignor Capasso, che fu vescovo di Acerra per lunghi anni, morto nel 1968, e di cui quest’anno ricorre il 50esimo dalla morte.

 

Tre modelli di sacerdoti

 

Affido a me e a loro, ma anche a voi, tre figure straordinarie di sacerdoti che il Papa canonizzerà quest’anno.

Il grande papa, il beato Paolo VI, ricordando soprattutto la straordinaria esortazione, il suo testamento spirituale e pastorale, che è stata l’Evangelii nuntiandi.

L’arcivescovo di San Salvador, monsignor Oscar Romero, martire del vangelo dei poveri, che il 24 marzo 1980 fu ucciso mentre celebrava l’eucaristia e il suo sangue si mescolò al sangue del calice durante la consacrazione.

E infine, monsignor Vincenzo Romano, parroco, curato di Santa Croce a Torre del Greco, dove ci recheremo a Dio piacendo, con i preti a giugno, che è stato grande pastore di quella terra e veniva chiamato “o preut faticator – il prete lavoratore". Sarà santificato da papa Francesco.

Possano queste tre figure straordinarie di sacerdoti essere modelli per noi, per vi cari presbiteri.

Un saluto, infine, soprattutto a monsignor Rinaldi, vescovo emerito. Lo ringrazio per essere venuto stamattina a concelebrare con noi in questa che è stata la sua cattedrale, in questa Chiesa che egli ha servito per alcuni anni.

Che il Signore ci accompagni e ci aiuti nel cammino verso la santità.

 

+ Antonio Di Donna

 

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