Davvero quest'uomo era il figlio di Dio   versione testuale

Il testo dell’omelia pronunciata dal vescovo di Acerra la domenica delle palme in cattedrale








Alla vigilia del Triduo pasquale – centro della fede cristiana durante il quale riviviamo il mistero della passione, morte e risurrezione del Signore – monsignor Antonio Di Donna indica le parole del centurione come «la professione più matura di fede» in quel momento in cui «tutti sono uniti nel non comprendere la croce».

Il racconto della passione del Signore è il cuore di tutto il vangelo: noi annunciamo Gesù Cristo crocifisso e risorto.

Difficile comprendere la croce del Signore. Difficile comprenderla, difficile soprattutto viverla.

Non la compresero allora le Autorità religiose e politiche, e condannarono Gesù come bestemmiatore e sovversivo (il Sinedrio e Pilato, tutti insieme, l’Autorità religiosa e l’Autorità politica). Non compresero la croce del Signore gli intellettuali del tempo, il mondo della giustizia, che imbastì un processo basato su falsi testimoni, e condannarono a morte Gesù cercando il consenso della folla più che la verità. Non compresero, allora, la croce del Signore neppure le folle, che cercavano lo spettacolo e i miracoli: «Scenda dalla croce e gli crederemo».

Così ognuno si scarica della responsabilità delegandola agli altri: il Sinedrio a Pilato; Pilato alla folla, che a sua volta è strumentalizzata dai capi religiosi. E, come sempre succede, nessuno si sente responsabile in prima persona, ma tutti sono uniti nel non comprendere la croce.

Nel vangelo di Marco, che abbiamo ascoltato quest’anno, «anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano». Almeno loro avrebbero dovuto essere solidali con Gesù, condannato alla stessa pena. Ma evidentemente, anche per la malavita la croce di Gesù non ha senso, è debolezza.

Non compresero! Non compresero le Autorità; non compresero gli intellettuali e il mondo della giustizia; non compresero le folle; non compresero nemmeno quelli crocifissi con lui.

Davvero Paolo dice bene che «la croce di Gesù è scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani». I Giudei attendono i miracoli, ma Gesù crocifisso non fa miracoli; i pagani attendono la sapienza, una vita ordinata, intelligente, ma la croce è stoltezza per i pagani.

Non compresero, allora, cari amici! E noi, oggi, comprendiamo forse? No, anche oggi l’annuncio del Cristo crocifisso, la sua croce è un difficile annuncio; anche oggi la croce di Gesù appare lontana dal modo di pensare e di vivere comune, ordinario; anche oggi non la comprende una certa cultura che mette al primo posto l’efficienza e il profitto emarginando i deboli, i poveri, i malati, gli anziani, i giovani alla ricerca del lavoro. Essi sono semplicemente uno scarto, sconfitti, i crocifissi del nostro tempo.

Ma oggi non lo comprende anche tanta gente religiosa, che riduce la croce a un simbolo di sofferenza, a un annuncio di consolazione, e presenta un Dio che ama la sofferenza e la morte, e che, come si dice nel linguaggio popolare, manda a noi la croce.

Non compresero allora, non comprendiamo noi oggi! Chi ha compreso? Chi ha visto giusto? Chi in quell’ora delle tenebre ha visto veramente bene il significato della croce?

L’unico che ha visto giusto secondo il vangelo di Marco è una figura che balza all’improvviso al termine del racconto della passione. E’ il centurione, il soldato pagano che «vistolo morire in quel modo dice: “Davvero quest’uomo era figlio di Dio"».

Un soldato, un centurione che ha l’incarico di portare a termine l’esecuzione dei condannati pronuncia questa parola. E non deve essere la prima volta che assolve un compito del genere. Non deve essere nemmeno uno dal cuore tenero, o facilmente impressionabile: ha imparato la dura legge della guerra, ha conosciuto l’ostilità dei popoli dominati. Chissà quanti condannati a morte alla croce ha visto e accompagnato, quanti disperati avrà visto nella sua vita, quante scene raccapriccianti, agonie interminabili. E’ uno che ha udito certamente ingiurie, insulti, invocazioni di vendetta da parte dei condannati alla croce.

A pronunciare questa frase è dunque un pagano, uno che non conosce niente della storia d’Israele con il suo Dio. Uno straniero, uno che appartiene a un’altra cultura e forse fa fatica a districarsi in quello strano mondo che è la Palestina all’epoca di Gesù.

Per tutte queste ragioni, la frase che il centurione pronuncia appare del tutto strana sulla sua bocca: «Davvero quest’uomo era figlio di Dio». Come fa a dire questo? Che cosa lo ha convinto? Che cosa gli ha fatto ravvisare nel volto sfigurato del Cristo, nel suo corpo martoriato, straziato dai flagelli, percosso dall’agonia, denudato e insanguinato, qualcosa che abbia a che fare con Dio? Che c’entra tutto questo con il figlio di Dio? Può essere Dio così? Hanno forse qualcosa di divino la sete che tormenta Gesù, la sofferenza inaudita che sta provando, gli insulti dei capi del popolo? Cosa hanno di divino queste cose? Come è possibile?

Che cosa spinge, allora, questo soldato avvezzo a quelle scene a fare una dichiarazione del genere, la professione di fede più matura del vangelo secondo Marco, la più alta, la più profonda? Il vangelo lo dice: «Avendolo visto spirare in quel modo». E cosa ha visto? Che cosa significa: «Avendolo visto spirare in quel modo»?.

Il centurione ha visto un uomo condannato a morte, che a differenza di tutti i condannati alla morte di croce non sbraita, non si dispera, non invoca vendetta, non si rivolge contro Dio, non dà bestemmie agli altri, non li condanna, ma anzi è uno che dice: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Ecco quello che ha visto il centurione! A convincerlo  non sono i segni della forza, della potenza, ma proprio il contrario. Il centurione non dice «quest’uomo è figlio di Dio» di fronte ai miracoli, quando moltiplica il pane, quando resuscita Lazzaro, quando guarisce i malati. Sarebbe stato facile dire allora «quest’uomo è figlio di Dio». Ma lo dice in una situazione assurda, esattamente opposta ai segni della potenza e della divinità. Chi più di lui, chi più di questo crocifisso avrebbe il diritto di cedere alla disperazione, di lanciare insulti, di gridare tutta la sua rabbia per l’ingiustizia che si sta accanendo su di lui? E invece quest’uomo, Gesù di Nazareth, continua ad amare e a donare misericordia e perdono.

Ecco cosa colpisce il centurione: non è normale morire così, un uomo non muore così; un terrorista crocifisso non muore così, un condannato alla croce – il più grande supplizio che l’umanità abbia inventato (Cicerone dice in una sua opera che «non deve sfiorare nemmeno la mente di un cittadino romano il pensiero della croce) – non muore in questo modo.

Ecco cosa colpisce il centurione, ecco cosa lo convince di trovarsi di fronte al figlio di Dio, ecco che cosa lo porta ad andare al di là delle apparenze e cogliere ciò che è divino. C’è qualcosa di non umano, di diverso, di eccezionale e anomalo, nella morte di questo crocifisso. E questa cosa è che l’amore muore così! Un amore così grande che nulla lo può fermare, una misericordia così smisurata che continua anche quando l’ingiustizia devasta e umilia. Ecco, così è divino e non umano! Un amore così, un perdono sconfinato, una misericordia, un affidarsi, un abbandonarsi nelle mani del Padre.

Il cantautore Fabrizio De Andrè – nel brano “Il testamento di Tito" contenuto nell’album “La buona novella" – commentando la passione di Gesù mette sulle labbra del buon ladrone queste parole: «Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore». Lo scettico e ateo De Andrè ha detto bene: «Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore».

Questo è divino: «Davvero quest’uomo era figlio di Dio». Per questo siamo qui ancora una volta quest’anno ad ascoltare questo racconto della passione del Signore, e siamo qui di nuovo ancora oggi per ripetere tra qualche minuto anche noi la professione di fede del centurione, e riconoscere nel Cristo umiliato, annientato fino alla morte di croce, il figlio di Dio che vince il male con la potenza divina dell’amore. Mentre diciamo il nostro Credo, noi ripetiamo oggi la professione di fede di quel soldato pagano e straniero: «Davvero quest’uomo era il figlio di Dio».

Antonio Di Donna

vescovo

 

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