Orientamenti diocesani per l’anno 2022/23

Come lo scriba del Vangelo, che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche

I. Uno sguardo realistico alla nostra situazione pastorale

  

  1. Tre riferimenti autorevoli

 

  • Il giovane teologo Joseph Ratzinger nel lontano 1969, in un’intervista alla radio bavarese, fu interrogato su come egli vedeva il futuro della Chiesa. Riporto qui, in una versione ridotta, le sue parole davvero profetiche.

«Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi… Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico, flirtando ora con la sinistra e ora con la destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti. Sarà un processo lungo, ma quando tutto il travaglio sarà passato, emergerà un grande potere da una Chiesa più spirituale e semplificata. A quel punto gli uomini scopriranno di abitare un mondo di indescrivibile solitudine, e avendo perso di vista Dio, avvertiranno l’orrore della loro povertà. Allora, e solo allora, vedranno quel piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto».

  • «Quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca.

Fratelli e sorelle, non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale. Non siamo più in un regime di cristianità, perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata» (Papa Francesco).

  • Pochi giorni prima di morire, dieci anni fa, il Cardinale Carlo Maria Martini rilasciava un’intervista nella quale, tra l’altro, diceva: «La Chiesa, nell’Europa del benessere, è stanca… La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?».

 

  1. Il ritardo c’è e si vede[1]

            Il caso più clamoroso riguarda la celebrazione dei sacramenti. Più che rappresentare il compimento di un cammino di crescita, i sacramenti, in particolare quelli dell’iniziazione cristiana, sono diventati da troppo tempo, nella stragrande maggioranza dei casi, la celebrazione pubblica dell’avvio di un cammino al di fuori della vita ecclesiale. Invece di “iniziare” o introdurre alla vita cristiana, essi “chiudono”. Tutti sanno, per esempio, ciò che capita con la cresima.

Eppure niente di sostanziale è cambiato al riguardo; si continua in questo sistema fallimentare, sperando sempre in risultati diversi: che cioè con la cresima si possa celebrare l’ingresso dei ragazzi e dei giovani nel mondo dei credenti adulti. Qualcosa di analogo lo si potrebbe dire dell’Eucaristia domenicale: coloro che la frequentano sono sempre di meno e in genere sempre più vecchi. Si continua a ripetere che l’Eucarestia della domenica è il cuore della vita di fede e che tutto deve avere in essa il suo inizio e il suo compimento, eppure niente cambia; insomma, stessa inaudita pretesa che le cose vadano diversamente, pur facendo le cose come le abbiamo sempre fatte.

Il secondo riferimento è il rapporto delle nuove generazioni con la comunità dei credenti. Non c’è bisogno di invocare l’apporto di alcun dato statistico per poter affermare che con i giovani siamo ad una sorta di anno zero. L’indifferenza della stragrande maggioranza dei giovani alla questione religiosa è cosa fuori da ogni discussione. Certo, non si manifesta con un’opposizione diretta e sfidante; semplicemente essi non trovano alcun interesse, in riferimento al loro destino presente e futuro, in ciò che normalmente accade nelle nostre parrocchie. Ed è per questo che se ne stanno alla larga. Quasi tutti, certo, compiono ancora il cammino dell’iniziazione cristiana, non pochi scelgono di avvalersi dell’insegnamento della religione nella scuola, non pochi si avvicinano al mondo del volontariato, ma per la stragrande maggioranza di loro ormai è superflua la partecipazione alla messa domenicale e, forse, anche la fede stessa non ha un motivo di essere. Fra vent’anni come saremo messi? La catena della trasmissione generazionale della fede si è spezzata. La crisi che oggi attraversa il cristianesimo nelle terre del benessere è presto detta: non riusciamo più a fare cristiani, perché gli adulti non sono più gli anelli principali della catena di trasmissione della fede.

  1. Una salutare inquietudine

L’analisi fatta può metterci in crisi. Io auguro a me e a voi quella che Papa Francesco chiama una “salutare inquietudine interiore”: «Questa è una parola chiave, la inquietudine interiore. Se un cristiano non sente questa inquietudine interiore, se non la vive, qualcosa gli manca; e questa inquietudine interiore ci invita a valutare cosa sia meglio fare, cosa si deve mantenere o cambiare. Ed è proprio da questa inquietudine interiore che sorge una domanda che è bene custodire nel nostro cuore. Se presteremo attenzione, sarà proprio questa domanda a togliere via tutta la stanchezza che ci portiamo addosso. E la domanda è: “Che cosa possiamo fare?”».

È evidente, infatti, che non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare sempre le stesse cose. Solo chi è preso da una sorta di “follia” può immaginare che le cose cambino, continuando a fare le stesse cose di sempre. Uno dei caratteri che più segnano la vita delle nostre parrocchie è proprio la ripetitività. Ogni anno le stesse cose. Ogni anno gli stessi fallimenti. E non c’è analisi sociologica, pastorale, spirituale, teologica che riesca a smuovere parroci e vescovi dal proporre e mettere in pratica le cose che si sono sempre fatte. I laici, da parte loro, lasciano fare. La speranza dei primi e di questi ultimi è che, insistendo, qualcosa di buono possa pur venire alla luce. Del resto non dice la sapienza popolare che repetita iuvant? Purtroppo, dobbiamo dire che fare le cose di sempre avrà l’unico effetto di ottenere gli effetti di sempre: e dunque il triste spettacolo di non vedere alla messa domenicale successiva a quella della prima comunione proprio i piccoli della prima comunione e alla messa domenicale successiva al giorno della celebrazione delle cresime i neo cresimati. Per non parlare della repentina scomparsa dei genitori che chiedono il battesimo del loro figlio, all’indomani del battesimo di quest’ultimo, e dei giovani sposi, al rientro dal viaggio di nozze.

Prima di invocare “ricette esemplificatrici” o cercare delle soluzioni, è necessario prendere coscienza: questo è il momento previo ad ogni altra soluzione. Prendere coscienza che il mondo si è mosso, è cambiato, e noi siamo ancora ancorati a modelli ormai del tutto passati. Ecco il punto veramente problematico dell’intero sistema pastorale attuale: la risposta a domande che nessuno si pone più! Fare sul serio i conti con il cambiamento di epoca che è accaduto negli ultimi decenni significa prendere consapevolezza che le domande che gli uomini e le donne oggi si pongono sono radicalmente altre rispetto a quelle che si ponevano gli uomini e le donne anche solo di quarant’anni fa. Ed è per questo che spesso l’attuale azione pastorale sperimenta un frustante fallimento. Magari ci irritiamo o ci lamentiamo di fronte al cambiamento ma il passaggio dalla lamentela alla riflessione non accade. È vero, bisogna riconoscere che, da almeno il Concilio Vaticano II in poi, la vita della nostra Chiesa è stata pure contraddistinta da alcuni cambiamenti (citiamo almeno il rinnovamento liturgico e quello catechistico), dall’emergere di alcune nuove attenzioni (per esempio, la pastorale familiare e quella giovanile), dall’apporto di nuovi soggetti ecclesiali, quali i movimenti, e che dunque, una qualche pastorale del cambiamento si è pure messa in atto. Il punto, tuttavia, è che, senza rinnegare tutto il bene che ci si è sforzati di fare negli ultimi decenni, il passaggio urgente oggi da compiere è proprio quello da una pastorale del cambiamento ad un cambiamento della pastorale: è l’insieme che non funziona più e che richiede una totale riscrittura. Il compito più urgente sarà quello di creare le condizioni affinché chiunque, per qualunque ragione si trovi ad intercettare la comunità dei cristiani, possa incontrarsi con Gesù e sviluppare il desiderio di conoscerLo meglio, sino al punto di potersi innamorare di Lui. Parafrasando il noto episodio evangelico, le nostre parrocchie, come Marta, continuano ad agitarsi e a preoccuparsi per molte cose, ma non hanno di mira la cosa essenziale cui debbono la loro esistenza: essere luogo del possibile incontro con Gesù. La proposta, in estrema sintesi, è proprio questa: quella di passare da un cristianesimo di consuetudine, ormai sulla via del tramonto, ad un cristianesimo dell’innamoramento, grazie al quale ci si possa innamorare di Gesù e diventare cristiani.

  1. Le nostre resistenze al cambiamento

 Io sono convinto che esiste una consapevolezza diffusa circa il fatto che non poco della nostra pastorale andrebbe cambiato, per evitare altri vistosi fallimenti. Ma si arriva solo ad un certo punto della diagnosi e poi si arretra come se si avesse paura di procedere oltre. Si preferisce piuttosto, come si dice, “indorare la pillola”. Pur dinanzi a evidenze precise di un presente e di un futuro ecclesiale tutto in salita, si usano sfumature di ogni tipo. Ad esempio si parla del “piccolo gregge” rimasto fedele, oppure si indica la causa nella nequizia dei tempi in cui viviamo, oppure ci si rifugia nel “si è fatto sempre così”, oppure nella convinzione che si tratti solo di una parentesi, oppure si ritiene che sono gli altri che devono cambiare per venire da noi, oppure facendo finta di cambiare qualcosa ma senza cambiare nulla, ecc… Si rimane meravigliati nel costatare che alcuni non abbiano percepito i cambiamenti della società. Alcuni li rifiutano decisamente e cercano, guardando indietro alla vita della Chiesa, i comportamenti e le pratiche che a loro convengono. Una possibile resistenza all’appello al cambiamento assume, in molti credenti, la forma di una sorta di incontestabile controappello: salvare la tradizione. Ogni tentativo di cambiamento viene percepito come un tradimento della tradizione. Si pensa, infatti, che solo chi non cambia “salva la tradizione”. Non appare, allora, più semplice il restare fermi, nell’attesa che le cose ritornino come prima? Non è forse più promettente il fare come si è sempre fatto? Gustav Mahler sosteneva che la fedeltà alla tradizione non consiste nell’adorare le ceneri ma nel custodire il fuoco.

Qui il primo compito, molto importante, sarà quello di individuare le resistenze che abitano nell’intimo di tanti di noi a proposito del tema del cambiamento e, più in generale, nei confronti del tempo che ci tocca vivere. Sì, cambiare non è mai una cosa semplice, perché si tratta, sostanzialmente di una “conversione”, cioè di una nuova disposizione mentale. Come capita a chi desidera di smettere di fumare: non basta sapere che il fumo è potenzialmente nocivo, serve dell’altro, appunto un cambiamento di mentalità. Ogni cambiamento richiede una certa disponibilità a “morire” ad un determinato stile di vita e di abitudine, alle posizioni consolidate, alle sicurezze ereditate.

Perché le nostre resistenze ad “uscire” ed a passare da una pastorale di conservazione ad una pastorale di missione? Agisce forse in noi quella che è stata chiamata la “sindrome di Giona”? Giona, chiuso nel suo nazionalismo giudaico, preoccupato più della sua “pianta di ricino” che non della salvezza di Ninive, non obbedisce a Dio che lo chiama ad andare a Ninive, la grande città. Probabilmente, però, le nostre resistenze hanno altre motivazioni. Forse si tratta di motivazioni oggettive (età, stanchezza, salute, isolamento); di natura culturale (individualismo); o spirituale (rilassamento della vita di preghiera e dello studio…); o personale (calo di entusiasmo, delusioni, ferite…). Non si può negare che alcune resistenze sono dovute al temperamento personale, a una certa pigrizia o difficoltà nel mettersi in gioco, al desiderio di star tranquilli e, soprattutto, di non crearsi problemi. Inoltre, sul nostro lavoro pastorale pesa la realtà di un territorio, caratterizzato da gravi carenze sociali e culturali. La vita della gente è pesante, l’attività pastorale è faticosa, la richiesta di servizi pastorali e di altri interventi è pressoché continua ed urgente. Questo ritmo quotidiano incalzante stanca e produce una certa svogliatezza nell’intraprendere un rinnovamento delle abitudini pastorali.

  1. Quanti cambiamenti di epoca nella storia della Chiesa!

 Nei 2000 anni di storia la Chiesa ha affrontato tanti cambiamenti di epoca. Non è qui possibile percorrerli tutti; mi limito ad un solo esempio.

In particolare, sfogliando le antiche pagine della Chiesa delle origini, forse possiamo trovare la bussola per poterci orientare dentro ai tempi tormentati che stiamo vivendo. Mi riferisco al cosiddetto Concilio Apostolico di Gerusalemme (Atti 15), in cui si è affrontata una questione spinosa, quella dei pagani convertiti, per i quali alcuni chiedevano che fossero circoncisi, e si è optato coraggiosamente per un notevole cambio di paradigma. Anche allora si accende una controversia agguerrita: «Paolo e Barnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro» (15,2). Sarebbe lungo qui ripercorrere le diverse tappe della controversia. Sappiamo come si concluse quel momento decisivo per la storia della Chiesa: «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi…».

Per non porre ostacoli all’ingresso dei pagani nella salvezza si decide di non obbligarli a farsi circoncidere. Questa scelta si profila come l’atto più coraggioso dell’intera vicenda. Si rinuncia alla circoncisione per mettere in rilevo la necessità assoluta della fede. Questa audacia della Chiesa delle origini potrebbe fungere da “mappa” per suggerire uguale coraggio alla Chiesa di oggi che potrebbe essere invitata a lasciare qualcosa.

Insomma, sento il bisogno di rassicurare tutti noi perché, dalla storia della Chiesa ma, prima ancora, per convinzione di fede, dobbiamo ricordare che il cristianesimo, in verità, rinasce sempre. Sì, rinasce sempre non certo per quel che riguarda il suo messaggio ma per quel che riguarda il dinamismo pastorale necessario per portare questo messaggio agli uomini di volta in volta presenti nella storia e caratterizzati dai cambiamenti di epoca. Esorto, perciò, ad avere nei confronti del cambiamento di epoca in cui viviamo uno sguardo positivo: «Ci sono, infatti, due sguardi possibili nei confronti del mondo in cui viviamo: uno lo chiamerei “sguardo negativo”; l’altro “sguardo che discerne”. Il primo, lo sguardo negativo, nasce spesso da una fede che, sentendosi attaccata, si concepisce come una cittadella arroccata che si deve difendere dal mondo. Con amarezza accusa la realtà dicendo: “Il mondo è cattivo, regna il peccato”, e rischia così di rivestirsi di uno “spirito da crociata”. Stiamo attenti a questo, perché non è cristiano; non è infatti il modo di fare di Dio, il quale – ci ricorda il Vangelo – “ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”… Se ci fermiamo ad uno sguardo negativo, finiremo per negare l’incarnazione, perché fuggiremo la realtà, anziché incarnarci in essa. Ci chiuderemo in noi stessi, piangeremo sulle nostre perdite, ci lamenteremo continuamente e cadremo nella tristezza e nel pessimismo: tristezza e pessimismo non vengono mai da Dio. Siamo chiamati, invece, ad avere uno sguardo simile a quello di Dio, che sa distinguere il bene ed è ostinato nel cercalo, nel vederlo e nell’alimentarlo. Non è uno sguardo ingenuo, ma uno sguardo che discerne la realtà» (Papa Francesco).

Non scoraggiamoci, dunque, ma lasciamoci interrogare dalle sfide del tempo presente. È tempo di cambiare. È tempo di cambiare mentalità pastorale. Quella ricevuta non è più all’altezza del cambiamento di epoca con il quale tocca fare i conti. Per la comunità cristiana è questo un passo urgente e vitale.

 

II. Due “eventi” importanti che ci aiutano a vivere il “cambiamento di epoca”

  1. Il cammino sinodale

 Diversi mesi sono passati dall’ottobre scorso quando nelle Chiese che sono in Italia è stato avviato il cammino sinodale, quel cammino «che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (Papa Francesco). Dobbiamo riconoscere che in questa prima fase l’avvio di questo cammino risulta essere faticoso e incerto. Riconosciamo che, anche nella nostra Chiesa, il decollo del cammino sinodale non è ancora avvenuto. Stiamo perdendo una grande opportunità.

La particolarità di questo cammino sinodale è di non avere un argomento specifico; il suo oggetto non è tanto l’approfondimento di questo o di quel tema, quanto l’apprendimento di un modo di vivere la Chiesa, di uno stile, segnato dall’ascolto vicendevole. Diciamocelo chiaramente: a questo stile non siamo ancora abituati. Manca nella Chiesa un vero dialogo.

«Ci sono molte resistenze a superare l’immagine di una Chiesa rigidamente distinta tra capi e subalterni, tra chi insegna e chi deve imparare… Questo itinerario sinodale è stato pensato come dinamismo di ascolto reciproco, coinvolgendo tutto il popolo di Dio. Non si tratta di raccogliere opinioni, perché non è un’inchiesta questa, ma di ascoltare lo Spirito Santo» (Papa Francesco).

Vorrei che il cammino sinodale possa inaugurare uno stile di Chiesa in dialogo. Provo a dare alcune esemplificazioni:

  • che ci siano e funzionino i Consigli pastorali parrocchiali, primo luogo di sinodalità;
  • che nelle nostre parrocchie qualsiasi incontro degli operatori pastorali sia sempre un momento di confronto e di dialogo a partire da un brano della Parola di Dio;
  • che si riscopra in parrocchia l’Assemblea parrocchiale: penso a un incontro annuale di tutti i battezzati della parrocchia, magari di tutta una giornata, in modo che ci sia possibilità di uno scambio annuale. Spesso anche nella stessa parrocchia i vari soggetti e i vari gruppi non si conoscono. È questa che io chiamo “Assemblea annuale della parrocchia”, un momento all’anno in cui tutti i battezzati possano incontrarsi e dialogare;
  • che si tentino iniziative di “chiesa in uscita” e di dialogo con i vari “mondi” a noi lontani (il mondo dei giovani, il mondo della scuola e della cultura, il mondo delle professioni…); lascio questi tentativi all’iniziativa delle parrocchie: ogni parrocchia ne può individuare uno o due.

 

  1. La preparazione al prossimo Giubileo del 2025

 La Commissione Vaticana, incaricata alla preparazione del prossimo Giubileo ne ha già indicato il contenuto. La preparazione consisterà nel confronto con le quattro grandi Costituzioni del Concilio: sul rinnovamento della liturgia (Sacrosanctum concilium); sulla Parola di Dio (Dei verbum); sulla Chiesa (Lumen gentium); sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Gaudium et spes).

  1. La proposta pastorale diocesana

Carissimi, dobbiamo considerare il cammino sinodale e la preparazione al Giubileo come un’ “opportunità” formidabile per fermarci, riflettere e, infine, ri-pensare la nostra azione pastorale.

Intendo dare al cammino sinodale e alla preparazione al Giubileo questo preciso volto: fermarsi tutti insieme per mettersi in ascolto e, tutti insieme, metterci in ascolto dello Spirito Santo.

  • In questo anno (2022/23) faremo un momento di sosta per comprendere insieme questo mondo “che cambia”. Il cambiamento di epoca lo stiamo subendo, senza farne oggetto di discernimento. Un anno di sosta per comprendere, prima ancora di cercare soluzioni, perché non possiamo continuare così. Prendiamo anzitutto consapevolezza, in termini concreti, del cambiamento di epoca.

Pertanto, annuncio che io stesso, durante l’anno, secondo le date già fissate nell’Agenda diocesana, incontrerò parroci, operatori pastorali e altre componenti ecclesiali; il tema degli incontri sarà proprio quello di cercare di comprendere il cambiamento di epoca prima ancora di cercare soluzioni.

  • Nel secondo anno (2023/24) ci confronteremo con le quattro Costituzioni del Concilio al fine di fare una verifica sulla nostra situazione pastorale, in ordine al rinnovamento della liturgia, alla Parola di Dio (catechesi ecc.), al vivere la Chiesa e, infine, alla nostra presenza nel territorio.
  • Infine, nel terzo anno (2024/25), alla luce dei primi due anni, e cioè dopo aver preso consapevolezza del cambiamento di epoca ed esserci confrontati con il rinnovamento voluto dal Concilio, cercheremo di ripensare la nostra azione pastorale, in particolare gli obiettivi, lo stile, il linguaggio, i metodi e le strutture dell’evangelizzazione.

Come già scrivevo negli Orientamenti diocesani dell’anno scorso, imitiamo “lo scriba, divenuto discepolo del Regno dei cieli”, il quale «è simile ad un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,25). Le “cose antiche” sono costituite dalla verità e dalla grazia che già possediamo; le “cose nuove” sono i vari aspetti della verità che via via comprendiamo.

 

III.

Mentre nei prossimi anni cercheremo di comprendere, per quanto è possibile, il cambiamento di epoca ed “estrarre dal nostro tesoro cose nuove”, dobbiamo continuare ad “estrarre dal nostro tesoro cose antiche”, cioè l’attività di sempre.

Lo esprime molto bene un brano di Giovannino Guareschi su Don Camillo e Peppone, riportato da Luigi M. Epicoco circa il nostro compito di oggi, che è quello di “salvare il seme”.

 

Don Camillo spalancò le braccia [rivolto al crocifisso]: «Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?»

«Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?»

«No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui parlavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne [ … ] Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?»

Il Cristo sorrise: «Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura».

Per esemplificare le “cose antiche” indico alle parrocchie di fare bene l’attività pastorale di sempre: celebrare bene l’eucarestia domenicale; preparare bene i fedeli ai sacramenti; curare la catechesi e la carità; la sollecitudine verso i ragazzi e i giovani nell’oratorio parrocchiale, ecc.

Mi permetto di suggerire alle parrocchie un metodo per camminare in maniera organica, insieme alla Chiesa: e cioè, vivere l’anno pastorale secondo la scansione delle varie Giornate previste dalla Chiesa italiana e universale[2].        Credo che organizzare l’anno pastorale secondo queste Giornate può dare alla vita della comunità un ritmo ordinato e, nello stesso tempo, in comunione con la Chiesa.

Accanto alle parrocchie, anche gli altri soggetti diocesani, come gli Uffici diocesani, continueranno il loro cammino, attivando quelle iniziative ordinarie a servizio delle comunità.

Il Signore Gesù vi benedica e la Vergine Maria vi custodisca, mentre invoco sulla nostra Chiesa lo Spirito del Signore:

 

“Vieni, Spirito Santo.
Tu che susciti lingue nuove
preservaci dal diventare una Chiesa da museo,
bella ma muta, con tanto passato e poco avvenire”.
Papa Francesco

 Il vostro vescovo  Antonio

[1] Sono debitore per queste riflessioni ai due testi di Armando Matteo: Pastorale 4.0 e La Chiesa che verrà, dei quali in questo paragrafo vengono citati ampi brani.

[2] Il tempo del creato (1 settembre – 4 ottobre); la  Giornata missionaria (ottobre); la Giornata per il ringraziamento per i frutti della terra (seconda domenica di novembre); la Giornata dei Poveri (Terza domenica di novembre); la Giornata della Parola di Dio (Terza domenica del Tempo Ordinario); la Settimana di preghiera per l’unita dei cristiani; la Giornata della Pace; la Giornata della Vita (I domenica di febbraio); la Giornata dei malati (11 febbraio); la Giornata dei missionari martiri (24 marzo); la Giornata per il Sovvenire (Terza di settembre) ecc.